Denim obsession

Vintage and more

02/11/2014

 

Il look di oggi è un total in jeans: uno dei miei preferiti, se poi quelli che porti sono capi vintage che hanno fatto la guerra ancora meglio. I pantaloni che indosso sono infatti reduci da mille concerti e uscite ignoranti e nonostante abbiano più o meno dieci anni ancora resistono. Personalmente li adoro perché raccontano. Pantaloni dal taglio a sigaretta che tanto ricordano la cultura punk inglese, strappati al punto giusto e ripiegati sul fondo. Qui li ho abbinati ad una semplice camicia, in jeans ovviamente, molto versatile e moderna che si può riutilizzare anche con con altri look che avremo modo di vedere. Ai piedi le immancabili Dr. Martens che meritano un post a parte.

 

 

 

Curiosità: c’era una volta il denim, una tela in cotone, robusta e comoda il cui nome sembra derivare dalla città francese di Nîemes dove appunto veniva prodotta (veniva infatti chiamata Tela di Nîemes). In Italia veniva prodotto nella città di Chieri a Torino fin dal XV secolo, da qui raggiungeva Genova per venire poi esportato o adoperato nella creazione di sacchi per vele o per teloni da copertura. Secondo alcuni fu impiegato, per primo, nella manifattura di pantaloni da lavoro, antenati dei “Jeans”, sta di fatto che, come narra questa “favola”, un anonimo mercante genovese decise, alla fine dell’800, di inviare in America un carico di queste tele di colore blu (colore ricavato dalla tintura con l’indaco), e di sfruttarle per la confezione di tute da lavoro, ma sopratutto di calzoni caratterizzati da ampie tasche. L’accoglienza per questo nuovo tessuto fu talmente favorevole che i due sarti, Levi Strauss e Jacob Davies, non solo produssero la tela di “Genes” (da cui Jeans) ma ne chiesero il brevetto, nel 1874. Fino ai primi del ‘900 il jeans non vive un periodo di grande fama, ma anzi viene confinato tra la merce di “basso rango”. Con l’avvento però dei primi film sui cowboys negli anni ‘30, in cui i protagonisti li indossano insieme agli immancabili camperos e alle fumanti pistole, e dopo che un giovanissimo James Dean, nel 1955, diviene un mito emblematico con la sua“Gioventù bruciata”, l’uso del jeans si diffonde rapidamente tra i giovani americani, tanto da farne “l’uniforme” dei teenagers. Con la guerra, arrivano in Europa portati dai Marines, ma si deve aspettare fino al 1953, nel periodo post-bellico, perché vengano assunti come “divisa” da giovani ribelli inglesi, i Teddy Boys, che li sfoggiano, sotto blazer scuri, con modelli a sigaretta, orli rivoltati e aspetto consunto. Il vero exploit però avviene come tutti sanno negli anni ’60 che consacrano il jeans come tessuto del futuro. Pantaloni a zampa di elefante, gilet e giacche di jeans diventano un vero e proprio tratto distintivo della nuova cultura giovanile che va nascendo in questi anni: gli hippie. Spesso associati a rivolte, manifestazioni e tumulti, gli hippie, e di pari passo i loro jeans, vengono presto ghettizzati tanto che si scatena una vera battaglia denigratoria. A partire dal 1959 infatti, vengono proibiti tassativamente dai presidi nelle scuole, i quali non esitavano a rispedire a casa coloro che osavano presentarsi così abbigliati, furono banditi dai capo-uffici, pubblici e privati, che non tolleravano nessuna eccezione, in nome del contegno e del decoro. I tempi delle rivolte sono lontani e fin dalla sua nascita, il jeans o denim, rappresenta uno dei capi più usati e comprati dall’intera popolazione mondiale. Che sia a zampa, a sigaretta, a vita alta o bassa, skinny o strappato il jeans avrà sempre il primo posto nell’armadio di tutti noi.

Davide Careddu